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Il paese sul tetto

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IL PAESE SUL TETTO

Caro Insegnare,

la riflessione che volevo condividere con te è sotto gli occhi di tutti. Eppure sembra che nessuno la veda, o meglio, che non sia così importante da essere sottolineata con un accento, una protesta, una presa di posizione qualsiasi. Viviamo in un Paese che, da qualche mese, ha preso l'abitudine di salire sui tetti, sulle gru, sui monumenti, nel disperato tentativo di avere visibilità. O forse nel disperato, inconscio tentativo, di mettere fuori la testa per poter avere almeno la percezione, almeno quella, di guardare oltre, si sperare di vedere un po' più lontano, al di là dell'impotenza, al di là della quotidiana disperazione. Salgono sul tetto gli operai, gli impiegati, gli insegnanti, ciascuno con le proprie richieste di mantenimento del salario, del lavoro e con essi del decoro e della dignità cui ciascuno dovrebbe aver diritto. E qualcosa ottengono, alcuni si muovono a compassione, mettono la mano sul cuore, la passano al portafoglio e rilevano aziende lasciate agonizzare ancora vive e sane assicurando il lavoro. Altri ottengono una specie di elemosina istituzionale pomposamente mascherata da ammortizzatore sociale e voilà, dopo anni di precariato, di supplenze "lunghe" di affannosa e faticosa costruzione quotidiana di una prospettiva professionale che dovrebbe ormai essere conclamata, ottengono una legge che permettere di non perdere tempo a compilare la domanda per l'indennità di disoccupazione che arriverà con un puntuale automatismo a sostenerli tra una supplenza breve e l'altra, fortunati, anzi fortunatissimi. I precari di serie B, quelli che la speranza di arrivare non l'hanno mai vista neanche all'orizzonte, quelli del settore artigiano, commerciale, dei call center, delle piccole industrie, quelli devono pure compilare i modelli e fare la fila. Niente automatismo. E poi, da ultimo, un trafiletto ci racconta che Rita Levi Montalcini e i suoi quattro ricercatori fannulloni sono stati sfrattati perché non pagavano l'affitto nella loro sede in cui perdevano tempo a fare strane ricerche tra ampolle e grafici, che avrebbero potuto costituire un'ancora di salvezza futura per chi la vita la vede sfuggire anche fisicamente. Ma che razza di Paese dormiente è mai questo? Mi viene spontaneo, da vecchia curiosa incallita, farmi anche un'altra domanda, una semplice, quella che la mia bisnonna ha formulato in dialetto dentro di se ogni volta che ha messo al mondo ciascuno dei suoi figli: ma che cosa lascio a mio figlio, quali possibilità umane, sociali, economiche e relazionali lasciamo ai nostri figli? Già, il plurale è d'obbligo, perche il Paese non è un'entità astratta, il Paese siamo noi. Che beneficio potranno trarre dal frequentare scuole in cui insegnano persone demotivate, umiliate, guidate da dirigenti impegnati fare i conti della serva con i soldi, con le risorse umane ridotte a incastri-spezzatino molto poco aderenti ad un qualsiasi straccio di progetto educativo, i nostri figli? Come gli insegneremo la solidarietà, l'accoglienza e la necessaria, indispensabile cooperazione, se l'esempio cui rivolgono lo sguardo, il mondo degli adulti, espelle dal suo ventre molle i disperati che vengono dagli altri paesi, quelli che non hanno comportamenti sessuali normalmente etero, e tutti i più deboli in assoluto? Che persone saranno se la loro educazione sarà affidata unicamente alle tabelline e la loro formazione canalizzata verso settori "produttivi" (?!?) che non terranno conto delle loro inclinazioni, delle loro capacità, dei loro sogni e delle loro debolezze? Che persone saranno se non avranno modo di approcciare in modo serio ad un sistema di valutazione e autovalutazione che tenga conto dei loro punti di partenza e delle loro particolarità e non solo del loro profitto? Che Paese sarà quello figlio di questo sistema disorganico e privo di obiettivi e pianificazioni che tengano conto dell'aspetto umano che sta alla base di ogni processo evolutivo? Loro saranno i figli, gli alunni e i collaboratori di quegli impiegati, operai, insegnati che vanno sui tetti per vedere oltre, per guardare dall'alto la propria disperazione, la propria impotenza. Ce l'avranno il coraggio i nostri figli di salire sul tetto per reclamare quello che gli spetta di diritto? Oppure resteranno sul marciapiede a testa china in attesa di una nuova leggina che li respinga indietro ancora un po'? Grazie caro Insegnare, grazie per aver ascoltato la preoccupazione di un genitore, di una educatrice, di una cittadina del Paese che sul tetto spera di avere la forza di salirci fino all'ultimo giorno della propria vita, per sé, per gli altri, per quelli sul barcone, per i propri figli e per la Montalcini.


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